Ipotesi Di Ri(de)costruzione

Attraverso un approccio focalizzato tanto sul processo quanto sulla resa estetica, la pratica artistica di Matteo Trentin riscatta le immagini di un archivio famigliare e anonimo per rievocare un frammento, residuo di una memoria personale che si trasforma in eredità collettiva. Per farlo, interviene sulla materia attraverso una postproduzione in grado di riattivare un’immagine nel tempo, aprendola alla fruizione di un pubblico che in essa trova elementi con cui poter ri-conoscersi. Il perno del lavoro dell’artista si concentra, così, sul prelievo di fotografie dall’archivio in un’ottica di appropriazione di un passato universalmente condiviso; esse vengono elaborate digitalmente, stampate e applicate a pellicola acetata, per poi essere “agite” dall’artista con interventi che si servono di pittura ad olio, dripping di cera e combustione. Questo processo di recupero rivela, così, il proprio carattere di rimozione di un patrimonio visivo, che riesce al tempo stesso a ricostruirsi attraverso la stratificazione dei materiali e dei segni. Nella serie Ipotesi Di Ri(de)costruzione, al rituale conservativo si sovrappone uno di frammentazione; qui il marginale e il rimosso sembrano emergere sotto forma di sfumature, per portare il fruitore a confondere i confini delle immagini e delle memorie a cui si riferiscono. Nell’ambito di questa ricerca si inserisce il ciclo intitolato CORPOREA, in cui è il corpo a divenire oggetto dell’azione trasformativa dell’artista. A partire da una dimensione intima e privata, esso offre la possibilità di relazionarsi con il pubblico, legandosi all’idea di trasmissione di una fisicità e di latenza di un’immagine che si configurano come luogo di incontro tra memoria individuale e collettiva.

Da Matteo Trentin - Aprirsi alle latenze dell’immagine (Testo di Andrea Gardenghi, Pubblicazione in catalogo)

 

L’intervento costituisce un punto d’approdo, oltre che di partenza, conseguente all’esaurirsi ed al progressivo ri-configurarsi del ciclo dei Papers, o Pagine Di Cenere. Questa precedente serie di lavori si presenta come tentativo di condurre a riconciliazione (volgendo al recupero) un frammento di memoria individuale e privata rispetto ad un’eredità condivisa, estensione di un’identità collettiva sempre più lacerata. Il processo finalizzato alla conservazione sopra indicato si mantiene costante grazie al persistere di una divisione tra pubblico e privato, sotto forma di squarcio attraverso cui sia possibile veder coesistere queste due dimensioni.

Nel momento in cui il varco che si apre tra passato e presente, tra io e noi (così come tra quanto rimane all’interno e ciò che al contrario si situa al di là di confini peraltro sempre più complessi da stabilire) è indagato ed attraversato da quella pratica di scavo che l’intervento artistico tenta in questo caso di attuare, tale sovrastruttura viene meno, portando i due piani a confondersi ed a vedersi reciprocamente legittimati tramite il raggiungimento d’una forma di coabitazione che abbia nel rispetto la sua massima espressione.

Sulla pellicola plastica, che si rifà ai concetti di specchio e di negativo fotografico (in quanto superficie ospitante il rovesciamento di un’immagine, a partire da cui la stessa può tuttavia essere riprodotta in qualsiasi momento), si depositano residui di origine eterogenea: ad un passato familiare, sempre più  rasente la sparizione, vengono sovrapposti in trasparenza ritagli di foto reportage che documentano situazioni marginali, ma richiedenti attenzione a livello sociale, politico ed umanitario oltre che culturale.

Quest’accostamento si traduce in un’installazione composta da tre coppie di immagini sovrapposte irregolarmente e sospese a parete, di cui ciascuna - stampata rispettivamente su acetato, plexiglass e cartoncino fotografico - assume maggiore concretezza nel supporto mano a mano che si ripercorre a ritroso tale stratificazione. Una fotografia che mi ritrae sulle spalle di mio padre ad un anno durante un’escursione tende così a disperdersi in una prima stampa componente la serie, lasciando progressivamente spazio all’emergere di uno scatto del 2013 in cui un bambino Siriano della stessa età attraversa, dando la mano alla madre e calciando una palla, il suo villaggio distrutto da un bombardamento.

Il ricordo individuale viene riabilitato in quanto traccia in grado di denotare la rilevanza di un immaginario ancor più prossimo alla rimozione, ma che proprio nel suo carattere de-costruito presenta un’opportunità di ridefinizione concreta, in dialogo con l’oggi (nei piedi del bambino che toccano terra, avanzando nonostante tutto, o nello sguardo della madre rivolto oltre, all’altro da sé). Ciò che prima si riteneva frammentato si traduce in matrice da porre, seppure in un’ottica conservativa, in una condizione di invisibilità per indirizzare l’attenzione verso contesti a cui realmente vi sarebbe necessità di guardare ai fini di una riabilitazione e del prendersi cura, abbandonando le indifferenze, come ipotesi di ricostruzione a partire dalle macerie.